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Obesità Adulto

L'Obesità nell'Adulto

La condizione di obesità è associata a molte cause di morte e ad alcune malattie

LE PATOLOGIE ASSOCIATE ALL'OBESITA'

Patologie cardiovascolariLe malattie cardiovascolari che si associano all’obesità sono le coronaropatie, l’ipertensione e l’ictus. Nella popolazione obesa l’ipertensione arteriosa è presente con una frequenza del 30-50% in più rispetto a quella della popolazione generale. È ampiamente documentato come l’incremento del BMI aumenti sia la pressione sistolica che quella diastolica. L’obesità sembra inoltre favorire lo sviluppo delle malattie coronariche. L’incidenza di angina pectoris e infarto miocardico, non fatale, sembra essere maggiore nei soggetti giovani e in coloro che hanno una distribuzione del grasso in sede addominale. Esiste infine una correlazione tra obesità e aumento di incidenza di ictus, indipendentemente dal fatto che siano anche presenti ipertensione e diabete. La sua incidenza aumenta gradualmente con il crescere del BMI. La riduzione di peso, anche solo del 10%, induce una

I FATTORI DI RISCHIO NELL'OBESO

L’obesità era nota già tra gli Egizi, ne sono la prova il recupero di mummie con forme francamente abbondanti tra cui anche quelle di Ramses III e Amenophis III.In epoca greco-romana una certa quantità di grasso era considerata come segno di appartenenza a un elevato livello socio-economico. Inoltre già Ippocrate aveva scritto un testo dal titolo Regimen (in latino De Diaeta), in cui si discute di regime alimentare, esercizio fisico, lavoro e riposo. D’altra parte aveva già notato come “la morte improvvisa sia di gran lunga più comune nei soggetti naturalmente più pingui di quanto non accada nei soggetti magri”.

Da un punto di vista generale, i costi sanitari dell’obesità ammontano a 11 miliardi di Euro, di cui i 2/3 per i ricoveri ospedalieri causati dalle complicanze quali: diabete, cardiopatie, vasculopatie periferiche e cerebrali, insufficienza respiratoria, patologie osteoarticolari e neoplasie. La stima dei costi sociali è invece di 12 miliardi di Euro, dovuti ad assenteismo, minor rendimento sul lavoro, disoccupazione, pensionamento per inabilità o premorienza; il dato sicuramente più preoccupante è che tali costi sono destinati ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni, parallelamente all’aumento dell’incidenza dell’obesità nella popolazione italiana.

La maggior parte degli studi epidemiologici riporta una relazione tra BMI e morbilità: il rischio di peggiorare la salute è modesto fino ad un BMI di 30. Quando invece si supera tale valore, il rischio aumenta fino al 50-100% in più. In situazioni di grave obesità la riduzione anche di pochi punti di BMI può notevolmente abbassare il rischio.

È quindi fondamentale dare risalto a questo aspetto per stimolare la perdita di peso, ponendo, almeno nella fase iniziale, obiettivi non eccessivamente gravosi che rischierebbero di scoraggiare il soggetto, conducendolo all’abbandono del trattamento.

Esistono fattori di rischio che sono in grado di compromettere la salute di ogni persona, ma risultano particolarmente decisivi se associati allo stato di obesità.Si definiscono fattori di rischio relativi il fumo di sigarette, l'ipertensione (pressione sistolica uguale o superiore a 140 mm Hg, oppure pressione diastolica uguale o superiore a 90 mm Hg), l’uso di farmaci antipertensivi, alti livelli ematici di colesterolo LDL (160 mg/dl), bassi livelli ematici di colesterolo HDL (< 35 mg/dl), valori alterati di glicemia a digiuno, familiarità nei parenti di primo grado per patologie cardiovascolari in età precoce, avere un'età superiore ai 45 anni per gli uomini e ai 55 anni per le donne (o essere in postmenopausa). Un soggetto obeso è altamente a rischio per patologie correlate all’obesità se ha tre o più fattori di rischio relativo. La presenza di valori di LDL superiori a 160 mg/dl rappresenta di per sé un alto rischio. Vanno infine tenuti in considerazione altri fattori di rischio che aumentano la necessità di perdere peso nei soggetti obesi: inattività fisica ed elevati livelli ematici dei trigliceridi.

Dott.ssa Patrizia Colombo Biologa Nutrizionista Specialista inScienza dell'Alimentazione Biochimica e Chimica Clinica

Patologie respiratorie L’aumento del tessuto adiposo a livello toracico e addominale riduce il volume polmonare ed altera gli scambi respiratori: ne consegue ipossia cronica, cianosi, dispnea e la comparsa della sindrome da apnee notturne (Sleep Apnea Syndrome o SAS). La SAS è una patologia caratterizzata da frequenti risvegli notturni, dovuti alla ripresa del respiro a seguito dei singoli episodi di apnea. Pertanto questi soggetti soffrono di sonnolenza durante il giorno, di ipossia e ipercapnia (aumento nel sangue della concentrazione di anidride carbonica). Anche in questo caso è stato dimostrato che la perdita di peso influisce positivamente sugli episodi apneici, migliorando quindi la funzione respiratoria e riducendo la sonnolenza diurna. (De Sousa AG et al. 2008).

riduzione significativa della pressione arteriosa, riducendo quindi i rischi correlati a questa patologia. Inoltre la stessa perdita di peso, migliorando la resistenza insulinica e il profilo lipidico, diminuisce il rischio di incorrere in patologie cardiovascolari. (Kragelund C et al. 2005; Suk SH et al. 2003; Poirier P et al. 2006).

Sistema endocrinoNei soggetti obesi frequentemente è riscontrabile un’alterata funzione gonadica in entrambi i sessi, a causa dell’aumentata "aromatizzazione" degli androgeni a livello del tessuto adiposo; questa trasformazione chimica ha come conseguenza un incremento della produzione di estrogeni. Nell’uomo si possono rilevare livelli ridotti dell’ormone luteinizzante (LH), del Sex Hormone Binding Globulin (SHGB) e di testosterone. Nella donna invece sono frequentemente evidenziabili alterazioni del ciclo mestruale (amenorrea o ipooligomenorrea) in quanto l’iperestrogenismo induce un alterato ciclo degli ormoni FSH e LH con conseguente aumento della produzione ovarica di androgeni. Queste alterazioni, nella maggior parte dei casi, dopo un ritorno ad un peso normale, regrediscono.

Diabete di tipo 2 (diabete mellito)Oltre l’80% dei pazienti con diabete di tipo 2 è obeso. I soggetti con BMI > di 30 hanno, rispetto alla popolazione generale, un rischio di sviluppare diabete aumentato di 5 volte; il rischio aumenta di 28 volte se il BMI è superiore a 35. I fattori favorenti la genesi di diabete sono la distribuzione di grasso in sede viscerale e l’obesità con un esordio infantile o adolescenziale. La predisposizione genetica gioca però un ruolo molto importante: la probabilità di sviluppare diabete è doppia se esiste nella famiglia un solo componente che ne è affetto, quadruplica se ce ne sono due. L’insulinoresistenza periferica ed un’alterata secrezione di insulina da parte delle cellule beta del pancreas, sono alla base della genesi del diabete di tipo 2. Per la diagnosi di diabete è fondamentale testare la glicemia a digiuno. Si considerano normali i valori inferiori a 100 mg/dl; si può fare diagnosi di diabete mellito se tali valori risultano uguali o superiori a 126 mg/dl in 2 determinazioni successive. Per valori compresi tra 100 e 125 mg/dl si parla invece di “alterata glicemia a digiuno”. In questo caso si deve sottoporre il soggetto all’ Oral Glucose Tolerance Test (OGTT) che consiste nella misurazione della glicemia a distanza di 2 ore da un carico orale di glucosio di 75 gr.: se i livelli di glicemia sono compresi tra 140 e 199 mg/dl si parla di alterata tolleranza glucidica; se invece sono uguali o superiori a 200 mg/dl, il risultato è compatibile con una diagnosi di diabete.È stato evidenziato che nei pazienti obesi affetti da diabete di tipo 2, un calo ponderale anche modesto unito ad una corretta alimentazione si riflettono su di un evidente miglioramento del controllo glicemico. (Rader DJ. 2007; Freemantle N et al. 2008).

Dislipidemie L’obesità si associa di frequente a uno quadro dislipidemico caratterizzato da un aumento delle lipoproteine LDL e della trigliceridemia, e da una riduzione dei livelli di HDL. Tale profilo metabolico, che si associa ad un aumentato rischio di malattie coronariche, è più frequentemente osservabile nei soggetti obesi con distribuzione lipidica in sede viscerale. L’ipertrigliceridemia, che costituisce un fattore di rischio indipendente per coronarosclerosi, eleva anche il rischio di pancreatite acuta. Come avviene per l’ipertensione arteriosa e il diabete di tipo 2, è spesso sufficiente un modesto calo ponderale per osservare miglioramenti clinici.

Patologie dell'apparato scheletrico Gli individui in sovrappeso e obesi sono più frequentemente predisposti all’osteoartrite. L’aumento dell’incidenza di osteoartrite è senza dubbio da attribuire, almeno in parte, al trauma causato dal peso in eccesso, ma il fatto che si verifichi anche in articolazioni non sottoposte ad un carico eccessivo indica la presenza di fattori addizionali attualmente non conosciuti.

Patologie epato-biliari L’obesità è anche correlata a patologie a carico del fegato e delle vie biliari. Come abbiamo già accennato la steatosi epatica è una manifestazione della Sindrome Metabolica. La steatosi viene spesso diagnosticata accidentalmente mediante un’ecografia addominale, anche in presenza di valori normali delle transaminasi (ALT, AST). Nei casi più seri, la steatosi può progredire fino all’insufficienza epatica. Un adeguato decremento ponderale diluito nel tempo, può risolvere completamente questo problema. L’incidenza di colelitiasi e di altre patologie a carico delle vie biliari è molto elevata nei soggetti obesi (4 volte superiore rispetto ai soggetti normopeso). Il rischio di sviluppare colelitiasi è correlato all’età, alla gravità dell’obesità e al sesso: le donne, infatti, sono maggiormente a rischio rispetto al sesso maschile. Anche perdere peso troppo rapidamente espone il soggetto obeso ad un forte rischio di sviluppare calcoli biliari! (Saadeh S. 2007).

Patologie neoplasticheÈ stato dimostrato che l’obesità gioca un ruolo non trascurabile nell’aumento del rischio di sviluppare patologie neoplastiche. I tumori messi in relazioni all’eccesso ponderale sono il cancro al seno, all’endometrio, al colon, all’esofago, al rene e alla prostata. I meccanismi attraverso cui si sviluppano le neoplasie sembrano correlati all’alterazione delle vie metaboliche degli ormoni sessuali. È comunque importante sottolineare che anche il cibo di per sé può avere effetti sullo sviluppo di neoplasie, o perché vettore di sostanze che favoriscono il processo di cancerogenesi (aflatossine prodotte da funghi e piante; additivi e contaminanti), o perché carente di elementi ad azione inibente tale processo (antiossidanti).

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